Martedì 18 agosto i telefoni hanno suonato a Dubai e Sharjah. Il messaggio chiedeva ai residenti di cercare riparo per una possibile minaccia missilistica; poco dopo è arrivato il cessato allarme. Il Ministero della Difesa degli Emirati ha confermato di aver rilevato due missili balistici provenienti dall’Iran: uno è caduto fuori dalle acque territoriali emiratine, l’altro al loro interno. Le verifiche successive hanno indicato come obiettivo la navigazione marittima e non un bersaglio terrestre.
Pochi giorni dopo Daniele Pescara, presidente di FenImprese Dubai, si è collegato con Coffee Break su La7. Non era la prima volta che la televisione italiana gli chiedeva di raccontare gli Emirati durante questa crisi; stavolta, però, la domanda del conduttore riguardava una cosa che moltissimi italiani residenti nella città avevano appena sperimentato sul proprio telefono. Pescara ha raccontato l’allerta ricevuta e ha usato una frase che vale la pena prendere sul serio: «Dire che la situazione è sotto controllo e che non è grave sarebbe mentire».
Il giorno successivo all’intervento, Pescara ha spiegato pubblicamente di aver cercato di «raccontare i fatti per come li ho vissuti, distinguendo il pericolo dalla capacità di un Paese di reagire al pericolo». È probabilmente questa distinzione, più delle rassicurazioni, che permette di capire ciò che sta accadendo a Dubai nel 2026.
Il pericolo esiste, e Dubai non può cancellarlo
Il tema, trattato su un recente articolo di InsideMagazine, è dei più caldi al momento. Il Golfo rimane una delle aree più tese del mondo. Il 19 agosto gli Emirati hanno sospeso fino a nuovo avviso tutte le attività commerciali, gli scambi e le transazioni finanziarie con l’Iran; nelle stesse settimane gli incidenti nello Stretto di Hormuz hanno continuato a comprimere il traffico marittimo e ad aumentare i costi logistici e assicurativi. Per un’impresa che importa, esporta, finanzia operazioni internazionali o dipende da collegamenti aerei frequenti, questa situazione entra nelle decisioni quotidiane.
Pescara lo dice da una posizione particolare. FenImprese Dubai rappresenta gli interessi degli imprenditori italiani negli Emirati e lui, parallelamente, guida una società di consulenza che lavora quotidianamente con chi apre aziende, trasferisce attività e patrimoni o deve gestire strutture internazionali. Nel suo ufficio la geopolitica entra quindi sotto forma di telefonate. Una famiglia chiede se sia il momento giusto per trasferirsi; un imprenditore rinvia una decisione; un investitore vuole capire se il rischio percepito modifica il senso economico di un progetto.
È successo già a marzo. Quando la prima fase della crisi aveva colpito gli Emirati, QuiDubai aveva raccolto la testimonianza di Pescara mentre il suo studio riceveva richieste da famiglie e aziende e FenImprese cercava di mantenere un punto di contatto operativo con la comunità italiana. Cinque mesi dopo il problema non è più lo shock delle prime ore; è convivere con un rischio che ha avuto il tempo di entrare nei business plan.
I numeri raccontano il contraccolpo
Questa mattina Dubai Airports ha pubblicato un dato che impedisce di ridurre tutto a percezione. Dubai International ha accolto 31,5 milioni di passeggeri nei primi sei mesi dell’anno, contro i 46 milioni dello stesso periodo del 2025: meno 31,3%. Anche i movimenti degli aeromobili sono diminuiti del 32,1%.
Dentro quei numeri c’è però una curva che merita attenzione. Ad aprile DXB aveva registrato 3,5 milioni di passeggeri; a maggio sono diventati 4,5 milioni e a giugno 5 milioni. Le compagnie della regione hanno gradualmente recuperato capacità, mentre diverse compagnie internazionali continuano a mantenere maggiore prudenza sulle rotte mediorientali. Il recupero esiste, la distanza dai livelli precedenti resta grande.
È questo il contesto nel quale va letta un’altra frase dell’intervista. Pescara racconta che «le famiglie e gli investitori nell’ultimo periodo, quindi negli ultimi sei mesi, sono molto attenti». La parola interessante è attenti. Non descrive una fuga e non descrive la tranquillità precedente alla guerra. Descrive una fase nella quale le decisioni richiedono più tempo, più informazioni e una maggiore valutazione del rischio.
Per Dubai questa cautela ha un costo. Un turista che rinvia una vacanza toglie occupazione a un hotel; una famiglia che rimanda il trasferimento rinvia affitto, scuola, consumi e servizi; un imprenditore che aspetta sei mesi prima di costituire una società sposta in avanti licenze, uffici, conti bancari e assunzioni. La sicurezza percepita entra nell’economia molto prima di comparire in una statistica annuale.
Quei 700 euro spiegano più di quanto sembri
Durante il collegamento Pescara cita un’iniziativa emiratina che definisce come un voucher da circa 700 euro destinato a chi porta familiari in visita. Il riferimento è ad A Dubai Invite, il programma lanciato dal Department of Economy and Tourism a luglio. La formulazione televisiva comprime inevitabilmente il meccanismo: non vengono consegnati 700 euro in contanti ai turisti. I residenti che invitano amici o familiari dall’estero e completano la procedura prevista possono ottenere pacchetti di vantaggi del valore superiore a 3.000 AED, poco più di 700 euro, tra hotel, resort credit, ristoranti, attrazioni e altri servizi.
Il 14 agosto il programma aveva già raggiunto circa 20.000 beneficiari e DET aveva triplicato la capacità iniziale per rispondere alla domanda. I visitatori associati alle richieste devono arrivare a Dubai entro il 31 ottobre, mentre i benefit possono essere utilizzati fino alla fine dell’anno.
Qui si vede l’invisibile dietro il provvedimento. Dubai sa che una parte del proprio vantaggio competitivo deriva da un meccanismo molto fragile: milioni di persone devono continuare a scegliere volontariamente di arrivare. Nessuno è obbligato a passare le vacanze nell’emirato, aprire qui una società, acquistare una casa o trasferire la propria famiglia. Quando cresce la percezione del rischio, la città può intervenire sul lato della convenienza, rendendo una visita meno costosa, sostenendo operatori economici e cercando di accorciare il periodo nel quale l’incertezza blocca una scelta.
Il programma non elimina un missile e non riapre Hormuz. Ok. Può però convincere una famiglia a non cancellare il viaggio. In una città nella quale turismo, hospitality, aviazione, real estate e servizi sono legati tra loro, qualche migliaio di decisioni individuali diventano rapidamente un pezzo di politica economica.
«Le iniziative vengono messe in piedi dalla sera alla mattina»
Pescara insiste durante l’intervista sulla velocità. Parla di agevolazioni fiscali, sostegno alle imprese, finanziamenti e iniziative introdotte rapidamente; racconta inoltre che la sua organizzazione è rimasta aperta e pienamente operativa durante agosto perché il dialogo con aziende e istituzioni continua. La parte importante della sua testimonianza sta nel punto di osservazione. Un comunicato governativo può dire che una misura è stata approvata; chi lavora con decine di imprenditori vede se quella misura modifica le telefonate del giorno successivo. Pescara si trova lì, tra ciò che le istituzioni decidono e ciò che le aziende fanno dopo averlo saputo.
Nel 2026 questa capacità è diventata un asset di Dubai almeno quanto una free zone o un’aliquota fiscale. Un imprenditore accetta che esistano rischi impossibili da azzerare; ciò che può valutare è il vantaggio attuale quando i costi calano, e come reagisce il luogo nel quale ha scelto di mettere capitale, persone e tempo quando quei rischi smettono di essere teorici.
La crisi cambia anche il significato di “Dubai è sicura?”
È probabilmente la domanda meno utile se pretende una risposta sì o no. Il 18 agosto due missili provenienti dall’Iran sono caduti in mare vicino agli Emirati e i sistemi di allerta hanno invitato parte della popolazione a cercare riparo. Questo è un fatto. È altrettanto un fatto che le autorità abbiano rilevato la minaccia, inviato l’allarme e comunicato successivamente l’esito dell’episodio. Tutto era sotto il controllo del governo e l’interazione digitale ha permesso un’azione immediata. Questo altrove è difficilmente replicabile.
A marzo, quando QuiDubai aveva intervistato Pescara durante la prima grande escalation, gran parte delle domande ricevute riguardava la possibilità di lasciare gli Emirati. Ad agosto il tono è cambiato: il rischio è rientrato, come la quotidianità e la questione si è spostata sulla capacità di continuare a vivere e fare impresa in un contesto regionale oggi avvertito come meno stabile.
C’è una differenza sostanziale. Una crisi improvvisa genera paura; una situazione delicata che dura mesi modifica comportamenti e sviluppa contromisure. Le famiglie diventano prudenti, gli investitori chiedono più informazioni, altri entrano proprio perché il contesto offre più vantaggio, le imprese rivedono tempi e scenari, tra chi rallenta e chi accelera. È questo che Pescara sta descrivendo quando dice che non si piò presentare la situazione come “normale”. E’ una situazione straordinaria a tutti gli effetti, dice e, subito dopo, aggiunge che il segnale rimane positivo perché il sostegno alle imprese «si sente ed è concreto». Le due frasi devono restare insieme, perché insieme descrivono una Dubai che subisce un problema esterno e conserva la fiducia di chi l’ha davvero scelta.
Il prossimo dato sarà quello delle decisioni
Il conflitto ha già lasciato numeri: passeggeri in meno, rotte sospese, navi che evitano Hormuz, investitori più prudenti o audaci. Le prossime statistiche diranno se la risalita iniziata a DXB nel secondo trimestre riuscirà a consolidarsi e quanto iniziative come A Dubai Invite avranno contribuito alla ripresa del turismo. Per chi vive a Dubai, tuttavia, una parte della risposta arriverà prima dei bilanci ufficiali. Si vedrà negli uffici e società che continuano ad aprire, nelle famiglie che tornano a prenotare voli, nei contratti firmati o rinviati, nelle imprese che decidono di investire e in quelle che aspettano.
Pescara, intervistato da La7 proprio perché si trova ogni giorno davanti a quelle decisioni, ha descritto una città sotto pressione sviluppando il tema su un più ampio contesto. È forse la fotografia più utile di Dubai in questo momento: il Golfo sta attraversando un nuovo assestamento, nessuno può sapere quanto durerà e dove condurrà, e l’emirato sta mettendo risorse e velocità amministrativa sul tavolo per rimanere quel punto nevralgico che ha messo la spunta sul futuro, in cui investono persone e imprese che oggi devono continuare a scegliere Dubai.










