L’accordo Italia Emirati sulla difesa approvato dal Consiglio dei Ministri rappresenta un passaggio chiave nella strategia geopolitica italiana nello spazio indo-mediterraneo. Il provvedimento, promosso dal ministro degli Esteri Antonio Tajani, appoggiato dalla Premier italiana Giorgia Meloni, si inserisce in una traiettoria geopolitica che negli ultimi anni ha ridefinito il ruolo di Abu Dhabi come snodo operativo tra Europa, Stati Uniti e Asia nello spazio indo-mediterraneo.

Meloni e la visione strategica: dal bilaterale di febbraio al via libera del Consiglio dei Ministri
L’approvazione da parte del Consiglio dei ministri di martedì 20 gennaio 2026 del disegno di legge per la ratifica dell’Accordo Italia Emirati sulla cooperazione nel settore della difesa, porta a compimento un processo avviato un anno fa. L’accordo era stato firmato a Roma nel febbraio 2025 durante la prima visita di Stato in Italia di un Presidente degli Emirati Arabi Uniti, lo sceicco Mohamed bin Zayed Al Nahyan, ricevuto a Palazzo Chigi dalla premier Giorgia Meloni.
Quella firma rappresentava una delle oltre 40 intese sottoscritte quel giorno, accompagnate dall’annuncio di investimenti emiratini in Italia per 40 miliardi di dollari. Per Meloni, questi investimenti costituivano “una straordinaria dimostrazione di fiducia e di amicizia nei confronti dell’Italia e del suo sistema produttivo”. Durante il Forum imprenditoriale Italia-Emirati Arabi Uniti che seguì l’incontro bilaterale, la premier ribadì l’importanza di rafforzare le sinergie tra le imprese italiane e gli investitori emiratini, definendo la collaborazione economica tra i due Paesi un motore di crescita e innovazione.
Il joint statement Italia-Uae firmato in quell’occasione elevava la relazione bilaterale a partenariato strategico complessivo, con focus su difesa, energia, intelligenza artificiale, data center, cybersicurezza, spazio, infrastrutture, connettività e cooperazione in Africa. Il documento riconosceva esplicitamente il ruolo di Italia ed Emirati come hub logistici e “stepping stones” tra Europa e Asia, anche nel quadro dell’India–Middle East–Europe Economic Corridor (Imec). L’incontro affrontò anche i temi geopolitici più urgenti. I due leader si confrontarono sulle principali sfide globali, in particolare su Ucraina e Medio Oriente, mentre nel quadro del Piano Mattei per l’Africa confermarono la volontà di rafforzare la cooperazione trilaterale con i Paesi africani attraverso co-investimenti nel settore energetico e idrico.
Il riconoscimento internazionale della strategia di Meloni nel Golfo si era concretizzato già a dicembre 2024, quando la premier fu invitata a partecipare al 46esimo vertice del Consiglio di cooperazione del Golfo svoltosi in Bahrein, un’eccezione rara riservata in passato solo a leader di Cina, Regno Unito, Turchia e Francia. Questa partecipazione segnalava il peso crescente dell’Italia nello scacchiere del Golfo e il riconoscimento del ruolo di ponte che Roma può giocare tra Europa e monarchie petrolifere.
Il voto del Consiglio dei Ministri del 20 gennaio 2026, promosso dal ministro degli Esteri Antonio Tajani, trasforma ora quella cornice politica in strumento giuridico operativo, aprendo la strada alla ratifica parlamentare dell’accordo difensivo in un quadro globale, quello odierno, in cui la sicurezza attraversa ambiti che incidono direttamente sull’economia reale: supply chain critiche, tecnologia avanzata, intelligenza artificiale, energia, infrastrutture digitali, rotte marittime. Gli Emirati non sono più soltanto un mercato o un alleato regionale, ma sempre più una piattaforma sistemica che collega interessi strategici e flussi economici, guardata con attenzione anche da alcune associazioni che rappresentano e tutelano gli interessi delle aziende italiane in contesti complessi di transizione come questo.
Per l’Italia, che negli ultimi anni ha cercato di rafforzare la propria proiezione nel Mediterraneo allargato e oltre, il partenariato con Abu Dhabi assume un significato preciso: radicarsi in un nodo capace di generare maggior continuità, affidabilità e accesso a reti di sicurezza e tecnologia che condizionano la prosperità futura. È in questa prospettiva che la cooperazione difensiva va interpretata come fattore abilitante di una strategia più ampia, dove stabilità e crescita diventano due facce dello stesso disegno.
Abu Dhabi, nodo strategico dell’Indo-Mediterraneo
Negli ultimi dieci anni Abu Dhabi ha costruito una traiettoria coerente che oggi la colloca al centro di una nuova geometria geopolitica. La posizione geografica rappresenta un vantaggio innegabile, eppure il vero elemento distintivo risiede nella capacità di trasformare quella posizione in funzione sistemica. Gli Emirati hanno investito in porti, aeroporti, data center, corridoi energetici, capacità industriali e diplomazia di sicurezza con una logica di continuità che pochi altri attori regionali hanno dimostrato.
Nel quadro indo-mediterraneo che unisce Europa, Golfo, subcontinente indiano e Oceano Indiano occidentale, Abu Dhabi opera come piattaforma di connessione. Gli Stati Uniti mantengono negli Emirati uno dei pilastri della loro architettura di sicurezza nel Golfo. L’India ha intensificato in modo strutturale la relazione con gli Emirati, considerandoli un partner chiave per l’accesso ai mercati mediorientali e africani. L’Europa, e in particolare l’Italia, guarda a questa area come a uno spazio dove si definiscono stabilità energetica, sicurezza delle rotte e resilienza delle catene del valore. Questo approccio ha ottenuto riconoscimento internazionale quando Abu Dhabi è entrata a far parte della Pax Silica, iniziativa promossa dal Dipartimento di Stato degli Stati Uniti per rafforzare la sicurezza delle supply chain legate a semiconduttori, intelligenza artificiale, infrastrutture digitali, minerali critici ed energia. L’ingresso degli Emirati ha ampliato il perimetro dell’iniziativa oltre l’asse anglosassone e indo-pacifico, riconoscendo ad Abu Dhabi un ruolo operativo nelle catene del valore tecnologico globale.
Parallelamente, il rafforzamento del rapporto con l’India ha assunto una dimensione economica e strategica di primo piano. Nuova Delhi ha fissato l’obiettivo di portare il commercio bilaterale con gli Emirati a 200 miliardi di dollari entro il 2032, partendo da un livello che nel 2024 ha superato gli 85 miliardi. La firma di un accordo decennale per la fornitura di gas naturale liquefatto da parte di Adnoc all’India ha consolidato un asse che unisce sicurezza energetica, stabilità delle rotte marittime e cooperazione industriale.
In questo scenario, Abu Dhabi si presenta come interlocutore affidabile per chi cerca continuità strategica. Le esercitazioni congiunte, il dialogo su cyber-security, la protezione delle infrastrutture critiche e la sicurezza marittima nell’Oceano Indiano occidentale rafforzano un profilo che supera ampiamente la dimensione regionale. Gli Emirati operano come ponte tra interessi convergenti, riducendo frizioni e offrendo un ambiente in cui alleanze complesse possono funzionare.
L’Italia entra in questo sistema in modo strutturato. L’accordo di cooperazione difensiva approvato dal Consiglio dei Ministri si inserisce in una dinamica già attiva. Roma riconosce negli Emirati un nodo capace di collegare sicurezza e sviluppo, Mediterraneo e Indo-Pacifico, economia reale e tecnologia avanzata. La cooperazione militare diventa così uno strumento di stabilizzazione di un sistema più ampio, dove la proiezione internazionale passa attraverso infrastrutture sicure e relazioni affidabili.
La Long View: il dividendo strategico per l’industria italiana
Per il tessuto produttivo italiano, l’intesa con Abu Dhabi potrebbe rappresentare un’assicurazione contro la frammentazione globale in un’era di friend-shoring, dove le catene del valore si accorciano e si polarizzano. L’impresa italiana, tradizionalmente forte nella meccanica strumentale e nei settori dual-use, trova sempre di più negli Emirati un porto sicuro logistico, finanziario e normativo.
Il vero impatto si misurerà sulla capacità di integrare le medie imprese italiane nei grandi progetti infrastrutturali e tecnologici emiratini. L’accordo riguarda l’intera filiera diffusa che spazia dalla cyber-security alla sensoristica avanzata, fino alla gestione dei dati, coinvolgendo attori che vanno oltre i grandi campioni nazionali della difesa. Abu Dhabi offre capitali pazienti e un accesso privilegiato ai mercati del Global South; l’Italia offre il know-how tecnico. Se questa sinergia funzionerà, il beneficio per le aziende italiane trascenderà l’export di breve periodo: il vero premio sarà il posizionamento all’interno di un’architettura tecnologica che definirà gli standard dell’Indo-Mediterraneo per i prossimi vent’anni.
La sfida per Roma consiste nel trasformare questa cornice politica in un tappeto rosso operativo per le PMI, garantendo che l’accordo generi opportunità diffuse e accessibili anche oltre i vertici dei grandi gruppi industriali.

Domande e finestre aperte sullo scenario
Più che offrire risposte definitive, questo accordo invita a guardare il contesto in cui si colloca. La cooperazione tra Italia ed Emirati arriva in una fase in cui gli equilibri globali sono in movimento e in cui il baricentro economico e tecnologico si sposta lungo direttrici che attraversano il Mediterraneo allargato, il Golfo e l’Asia. In questo spazio, la sicurezza diventa un linguaggio comune che tiene insieme interessi diversi e, spesso, convergenti.
Per l’Europa la questione è aperta. Il continente si trova a ridefinire il proprio ruolo in un sistema internazionale sempre più frammentato, dove le catene del valore sono meno lineari e le dipendenze più evidenti. L’Italia, per storia e posizione geografica, si muove su un crinale particolare: ponte naturale tra Mediterraneo e continente europeo, osserva con attenzione ciò che accade nel Golfo e nell’Indo-Mediterraneo. O almeno questo è ciò che dovrebbe fare. Il partenariato con gli Emirati segnalerebbe la volontà di partecipare a queste dinamiche in modo più strutturato, cercando spazi di cooperazione che vadano oltre l’orizzonte immediato. Tuttavia, dal punto di vista geopolitico, emergono anche interrogativi legittimi. Come si inserisce questo asse nel rapporto tra Europa, Italia in primis, e Stati Uniti? Quale equilibrio si costruisce con l’India, sempre più centrale nello scenario globale? E quale ruolo avranno i Paesi del Golfo come mediatori, hub logistici e piattaforme tecnologiche in un contesto di competizione sistemica? Sono domande complesse, che non trovano risposte semplici, ma che aiutano a comprendere la direzione di marcia.
Per un imprenditore, ad esempio, il valore sta proprio qui. Osservare questi segnali significa interrogarsi sulla convenienza di un passo verso l’internazionalizzazione della propria azienda. Gli Emirati si propongono come ambiente stabile, connesso ai mercati asiatici e africani, capace di attrarre capitali e competenze. Questo non elimina i rischi né garantisce risultati automatici. Offre però un contesto in cui pianificare, testare modelli, costruire relazioni di lungo periodo. QuiDubai continuerà a raccontare questi passaggi come finestre aperte su ciò che si muove, senza facili entusiasmi e senza allarmismi. Perché capire dove vanno le relazioni tra Stati, oggi, significa offrire a chi fa impresa strumenti per orientarsi domani. E spesso, il primo passo non è decidere, ma osservare con attenzione il terreno su cui si potrebbe camminare.
Immagine di copertina generata con l’AI








