Se nelle ultime ore hai guardato i social e hai pensato che Dubai fosse finita, sei caduto esattamente nella trappola che gli investitori istituzionali stavano aspettando. La crisi del 1 marzo ha fatto quello che le crisi fanno sempre: ha separato chi ragiona con i dati da chi ragiona con le emozioni. E i due gruppi, in questo momento, stanno prendendo decisioni opposte.
Le televisioni e i social ne parlano da giorni e oramai tutti sanno bene i numeri, le date, i fatti. Almeno nella loro sostanza. Sabato 1 marzo 2026, alle prime ore del mattino, 689 droni e 174 missili balistici iraniani hanno attraversato i cieli del Golfo in risposta ai raid congiunti di Stati Uniti e Israele contro Teheran. Gli Emirati ne hanno intercettati il 92%. I detriti delle intercettazioni hanno provocato incendi al Burj Al Arab, all’aeroporto di Dubai e al porto di Jebel Ali. Tre persone sono morte, 68 sono rimaste ferite. Per quattro giorni la città più connessa del mondo si è fermata: voli sospesi, borsa chiusa, scuole in didattica a distanza, smart working obbligatorio.
Per i 20.000 italiani residenti a Dubai, e per i decine di migliaia che stavano valutando un trasferimento o un investimento negli Emirati, quella mattina ha cambiato le domande sul tavolo.
QuiDubai ha una linea diretta con Daniele Pescara, fondatore della Daniele Pescara Consultancy e presidente di FenImprese Dubai, il punto di riferimento per oltre 350 imprenditori e famiglie italiane negli Emirati. In questi giorni Pescara è stato ospite di TG5, La7 e Sky TG24, chiamato a portare dati e analisi in un momento in cui i punti di riferimento scarseggiano e il rumore sui social è assordante. Il suo studio, con oltre 40 professionisti tra avvocati d’affari, commercialisti e fiscalisti internazionali, era operativo dalle sei di mattina del 1 marzo. Lo è ancora.
Quello che segue è quello che ci ha detto, e quello che i dati confermano.
1. Hanno smesso di guardare i video sui social
Le immagini che circolano mostrano detriti e focolari da intercettazioni missilistiche, non impatti diretti su infrastrutture civili. Il sistema di difesa emiratino ha neutralizzato il 92% dei vettori ostili. Le Free Zone hanno continuato a operare. Le banche locali non hanno bloccato movimenti di capitali.
Chi ha preso decisioni basandosi sui feed di Instagram ha vissuto quattro giorni di panico. Chi ha guardato i comunicati del Ministero della Difesa UAE ha vissuto quattro giorni di smart working.
2. Hanno capito che il mercato si sta purificando
Daniele Pescara, presidente di FenImprese Dubai e fondatore della Daniele Pescara Consultancy, lo dice con la chiarezza di chi conosce questo mercato da oltre dieci anni:
«In un periodo in cui l’attività finanziaria e immobiliare a Dubai era satura, c’era chi aspettava questo momento. L’investitore istituzionale, quello con un approccio non emotivo al mercato, non è preoccupato. Sta valutando.»
Per anni il boom post-pandemico ha attratto chiunque, compresi operatori senza struttura reale. La correzione in corso sta ridisegnando il campo. Chi ha costruito con sostanza, con una presenza operativa verificabile, con consulenti seri, non ha nulla da temere. Chi aveva solo una scatola vuota ha oggi un problema concreto.
3. Hanno verificato la solidità della propria struttura fiscale
La domanda che ogni imprenditore italiano con una Free Zone company si è fatto in quei giorni è diretta: la mia posizione è ancora valida?
La risposta, per chi ha costruito bene, è sì. Zero tassazione personale, corporate tax al 9% sopra i 375.000 dirham di utile, nessuna imposta su successioni o plusvalenze: nulla è cambiato tra il 28 febbraio e il 4 marzo. La struttura normativa degli UAE è costruita per resistere a turbolenze esterne.
Chi invece aveva aperto una società senza sostanza economica reale, senza personale, senza contratti verificabili, si trova oggi esposto al rischio di contestazione fiscale in Italia. Quel rischio esisteva già prima della crisi. Adesso è più visibile.
4. Hanno guardato chi stava comprando, non chi stava vendendo
Quando i mercati scendono, i grandi capitali si posizionano. La Borsa di Dubai ha perso tra l’1% e il 2% in quattro giorni. Per chi ha liquidità e orizzonte lungo, è una finestra.
Pescara usa una saggezza veneziana per descrivere quello che sta succedendo: «6 ore l’acqua cresce, 6 ore l’acqua cala». Il riflusso era atteso. I Family Office e gli investitori istituzionali con liquidità immediata lo stavano aspettando da almeno due anni, da quando il mercato aveva smesso di fare selezione.
5. Hanno confermato i propri piani a lungo termine
Ogni anno oltre 100.000 italiani lasciano l’Italia. Cercano mercati dove le competenze vengono riconosciute, dove le regole sono stabili, dove costruire un’impresa non significa combattere ogni giorno con una burocrazia imprevedibile.
I 20.000 residenti italiani stabili a Dubai non hanno prenotato biglietti di ritorno. Qualcuno ha aspettato prima di firmare nuovi contratti. L’orientamento non si è mosso.
IL PUNTO DI DANIELE PESCARA
In conclusione
Dubai sta diventando un mercato più selettivo. Chi ha costruito con serietà, con strutture fiscali solide e consulenti competenti, esce da questa crisi con una certezza in più: il sistema regge quando viene testato davvero.
La domanda che vale la pena farsi adesso non è «Dubai è ancora sicura?». È: «La mia struttura è abbastanza solida da reggere la prossima crisi?»
Se non hai una risposta immediata, è il momento di trovarne una.








