In sintesi:
Gli Emirati Arabi Uniti non applicano imposte personali sul reddito, sulle plusvalenze personali o sulle successioni. Questo non significa assenza di fiscalità: il sistema si finanzia attraverso VAT al 5% (in vigore dal 2018), corporate tax al 9% sugli utili oltre 375.000 AED (per gli esercizi fiscali iniziati dal 1° giugno 2023), accise al 100% su tabacco e bevande energetiche e, dal 1° gennaio 2026, un prelievo volumetrico graduato sulle bevande zuccherate in base al contenuto di zucchero, municipality fee del 5% sui canoni di locazione, dazi doganali al 5% sulla maggior parte delle merci. Per una persona fisica che svolge attività economica negli Emirati, la corporate tax entra in gioco quando il fatturato dell’attività supera un milione di AED nell’anno solare; stipendi e investimenti personali restano esclusi. Le società nelle free zone beneficiano dell’aliquota zero solo sul reddito qualificante, se rispettano requisiti specifici di adeguata sostanza. Per il residente fiscale italiano che si trasferisce, il cambiamento riguarda la struttura dell’imposizione, non la sua assenza.
La prima cosa che si legge su Dubai, in quasi ogni articolo dedicato agli expat, è che non ci sono tasse. La frase è tecnicamente corretta per le imposte personali sul reddito. Diventa fuorviante appena si guarda al sistema nel suo insieme.
Gli Emirati hanno costruito un modello fiscale genuinamente diverso da quello europeo, non assente. Il punto di partenza è storico: l’architettura finanziaria degli Emirati nasce dalla disponibilità di risorse energetiche, concentrate soprattutto ad Abu Dhabi, e dai contributi degli emirati al bilancio federale. Nel tempo VAT, accise, imposte societarie e fee hanno ampliato la componente non petrolifera delle entrate pubbliche. L’introduzione della VAT nel 2018, seguita dalla corporate tax nel 2023, ha completato una transizione avviata con il ciclo basso del greggio del 2015-2016.
Chi arriva con la categoria mentale “Dubai zero tasse” incontra prima o poi un sistema che esiste, ha aliquote precise, distingue tra tipi di reddito e strutture societarie, e interagisce in modo non banale con il paese di partenza. Vale la pena capirlo prima di trasferirsi.
Come lo Stato finanzia i servizi senza l’IRPEF
Il modello emiratino si regge su pilastri diversi dall’imposta personale sul reddito, che in Europa costituisce tipicamente la voce più rilevante del gettito.
Tassazione indiretta. La VAT al 5%, introdotta nel gennaio 2018, ha generato dall’introduzione fino a fine 2023 entrate cumulative per oltre 173 miliardi di dirham tra IVA e accise, secondo dati del Ministero delle Finanze emiratino. Le accise si applicano al 100% su tabacco e bevande energetiche. Dal 1° gennaio 2026, per le bevande zuccherate si applica invece un prelievo volumetrico graduato in base al contenuto di zucchero: 0 AED per litro per le bevande a basso contenuto, 0,79 AED per quelle a contenuto moderato, 1,09 AED per quelle ad alto contenuto, secondo la Decisione del Consiglio n. 197 del 2025 che ha sostituito il precedente regime a tariffa fissa del 50%. I dazi doganali si applicano al 5% sulla maggior parte delle merci importate.
Fee di sistema. Una quota rilevante del gettito viene generata non attraverso imposte in senso stretto ma attraverso fee: di licenza nelle free zone, municipali, legate ai servizi governativi, al turismo. Il Tourism Dirham vale tra 7 e 20 AED per camera e per notte, variabile secondo la categoria della struttura. La municipality fee si applica al 5% del canone annuo di locazione ed è addebitata tramite bolletta DEWA. Ristoranti e alberghi applicano service charge e municipality fee, voci separate che vanno indicate distintamente sul conto.
Corporate tax: chi paga, quando, quanto
Per gli esercizi fiscali iniziati il 1° giugno 2023 o successivamente, gli Emirati applicano una corporate tax con aliquota del 9% sugli utili imponibili superiori a 375.000 AED (circa 102.000 dollari). Sotto quella soglia l’aliquota è zero.
La distinzione tra società e persona fisica è rilevante e spesso trascurata. Le società residenti applicano lo 0% sui primi 375.000 AED di reddito imponibile e il 9% sulla parte eccedente. Per una persona fisica che svolge un’attività economica negli Emirati, la corporate tax entra in gioco solo quando il fatturato prodotto da quell’attività supera un milione di AED nell’anno solare, secondo la Decisione del Consiglio n. 49 del 2023. Stipendi, redditi da investimenti personali e redditi immobiliari detenuti a titolo personale restano fuori da questo calcolo. Le plusvalenze personali, su investimenti detenuti a titolo personale, non rientrano nel reddito soggetto a corporate tax; quelle prodotte nell’ambito di un’attività d’impresa possono invece entrarvi.
Dal 2025 esiste anche una Domestic Minimum Top-up Tax per i grandi gruppi multinazionali con ricavi consolidati globali di almeno 750 milioni di euro, in attuazione del framework OCSE Pillar Two. È una misura che non riguarda il lettore ordinario, ma merita una riga in un articolo che vuole descrivere l’intero modello fiscale.
Le free zone: adeguata sostanza, non esenzione automatica
Le free zone rappresentano il caso più complesso. Una società nelle free zone non è automaticamente esente: beneficia dell’aliquota zero solo sul reddito qualificante (qualifying income), se soddisfa i requisiti previsti per il Qualifying Free Zone Person, tra cui l’adeguata sostanza negli Emirati. Il reddito non qualificante sconta il 9%.
Le attività che generano reddito qualificante includono, tra le altre: manifattura, gestione di navi, riassicurazione, servizi di headquarter e di tesoreria verso parti correlate, distribuzione di beni da Designated Zone, servizi logistici. Il regime contiene esclusioni e regole specifiche per le operazioni con persone fisiche, i servizi finanziari regolamentati, i redditi immobiliari, le stabili organizzazioni e la proprietà intellettuale. In questi ambiti la classificazione dipende dalla natura dell’attività, del bene e della controparte; un elenco sintetico non sostituisce l’analisi prevista dalla normativa.
C’è un limite de minimis: se il reddito non qualificante supera il 5% del fatturato totale o i 5 milioni di AED, prendendo il valore inferiore, la società perde lo status di Qualifying Free Zone Person per l’anno in corso e per i quattro successivi. È un vincolo che richiede una gestione attiva, non un’esenzione acquisita una volta per tutte.
Le fee di licenza nelle free zone sono separate dalla questione fiscale e variano sensibilmente. Dal 1° gennaio 2025 ADGM ha ridotto la quota iniziale per le licenze non finanziarie da 10.000 a 5.500 dollari e quella annuale di rinnovo da 8.000 a 5.000 dollari. A questi importi si aggiunge la data protection fee prevista dalla tabella applicabile. DIFC e DMCC mantengono strutture tariffarie proprie.
Residenza fiscale italiana: cosa è cambiato dal 2024
Quando il trasferimento determina l’effettiva perdita della residenza fiscale italiana, viene meno la tassazione italiana sul reddito mondiale. Restano imponibili in Italia i redditi che la legge e la Convenzione considerano prodotti nel territorio italiano: immobili locati, alcune plusvalenze, compensi, attività e partecipazioni, secondo il caso e secondo la Convenzione.
Il punto critico è la rottura con la residenza italiana, e le regole sono cambiate. Dal 2024 l’articolo 2 del TUIR considera residente in Italia chi, per la maggior parte del periodo d’imposta, contando anche le frazioni di giorno, conserva nel Paese la residenza civilistica, il centro principale delle relazioni personali e familiari oppure la presenza fisica. Sono tre criteri alternativi: basta soddisfarne uno. La presenza fisica in Italia è oggi un criterio autonomo, non subordinato agli altri.
L’iscrizione all’anagrafe italiana costituisce una presunzione di residenza che può essere superata con prova contraria. L’AIRE resta un passaggio necessario per il cittadino che trasferisce stabilmente la propria dimora all’estero, ma non è sufficiente se vita familiare, presenza e interessi personali continuano a concentrarsi in Italia. Un trasferimento formale che maschera una permanenza sostanziale espone al rischio di contestazione da parte dell’Agenzia delle Entrate.
La Convenzione contro le doppie imposizioni tra Italia e UAE, ratificata con legge n. 309 del 1997, esiste ed è correttamente richiamabile nei casi di potenziale doppia residenza. L’articolo 4 della Convenzione contiene i normali criteri per dirimere il conflitto. La sua applicazione dipende dalla natura del reddito e dalla struttura attraverso cui è detenuto.
Il modello come scelta di politica economica
La scelta emiratina di non applicare l’imposta personale sul reddito non è un caso storico o una dimenticanza normativa: è una decisione di politica economica consapevole, mantenuta e difesa nel tempo anche mentre il sistema aggiungeva altri strumenti di gettito.
Il ragionamento sottostante è che attrarre capitale umano qualificato e capitali finanziari internazionali genera gettito attraverso canali diversi dall’IRPEF: consumi, immobiliare, servizi, attività d’impresa, dazi, fee. Il residente ad alto reddito paga VAT, affitta o acquista casa, usa servizi, gestisce una società.
Il confronto con i modelli europei non è solo quantitativo. In Italia un lavoratore autonomo con reddito di 200.000 euro incontra l’aliquota marginale IRPEF del 43% sulla parte compresa nello scaglione più alto e versa i contributi previdenziali previsti dalla propria gestione o cassa. L’IRAP per le persone fisiche che esercitano attività commerciali, arti o professioni è stata abolita dal 1° gennaio 2022; potrebbe restare applicabile a strutture societarie. A Dubai la stessa persona paga zero imposta personale sul reddito, VAT al 5% sugli acquisti, corporate tax al 9% se gestisce una struttura societaria con utili sopra soglia. Il confronto con Dubai richiede di distinguere tra lavoro dipendente, attività personale e società: sono tre strutture sottoposte a regole differenti.
Il risparmio lordo è reale. Il costo della struttura (fee di licenza, compliance, adeguata sostanza) va sottratto dal calcolo.
Il modello emiratino non sostituisce la funzione redistributiva dell’imposta progressiva sul reddito. I servizi pubblici sono finanziati con le risorse energetiche, i contributi degli emirati al bilancio federale, le tasse indirette e le fee. Il welfare state europeo, con i suoi costi, è finanziato in modo diverso. Chi si trasferisce a Dubai ottimizza la propria posizione fiscale personale; non finanzia lo stesso tipo di sistema.
Zero tasse non è il frame giusto
Chi cerca a Dubai la conferma che non pagherà nulla troverà, prima o poi, una realtà più articolata. Chi capisce il modello, dove il prelievo c’è, come è strutturato, come interagisce con il paese di partenza, ha gli strumenti per fare scelte informate.
Il modello fiscale emiratino è competitivo rispetto a quello europeo su alcune voci rilevanti, in particolare le imposte personali sul reddito e sulle plusvalenze personali. È un sistema funzionante, con le sue regole, le sue soglie, le sue esenzioni condizionate e i suoi costi di accesso.La domanda giusta non è “quanto risparmio andando a Dubai”. La domanda è: rispetto a quale struttura, con quale reddito, con quali beni rimasti in Italia, e con quale piano per il trasferimento reale. La risposta cambia ogni volta.








