C’è un momento preciso in cui una fiera tecnologica smette di essere una vetrina di gadget e diventa il palcoscenico dove si scrive il futuro. È successo a GITEX Global 2025, il mega-evento tech di Dubai che ogni anno raduna l’ecosistema digitale del Medio Oriente e sempre più spesso anticipa tendenze che il resto del mondo intercetta con ritardo. Tra stand di droni autonomi, demo di realtà virtuale e presentazioni PowerPoint che promettono di rivoluzionare tutto, è emersa un’idea che suona meno spettacolare ma infinitamente più radicale: la società “ai-native”.
Il concetto di “ai-native society” parte da un presupposto dirompente: l’intelligenza artificiale non è un prodotto da vendere ai clienti più ricchi, ma un bene pubblico da rendere accessibile a istituzioni, startup, scuole, ospedali, piccole imprese. Non solo grandi modelli generativi per pochi privilegiati, ma un ecosistema dove l’AI diventa infrastruttura civile, regolamentata, trasparente, alimentata da risorse proprie invece che dipendente dalle piattaforme californiane. È l’equivalente digitale di decidere se privatizzare l’acqua potabile o trattarla come diritto universale.
Durante uno dei keynote più seguiti di GITEX, un relatore ha pronunciato una frase che Gulf News ha trasformato in titolo e che merita di essere scolpita: «The real AI divide is about access, not algorithms». Il vero divario dell’intelligenza artificiale non sarà tra chi ha l’algoritmo migliore e chi ne ha uno peggiore. Sarà tra chi può permettersi di usare l’AI e chi resta fuori. Tra chi sa come funziona e chi la subisce. Tra chi è protetto dagli abusi e chi diventa materia prima per dataset. L’AI rischia di diventare la nuova frontiera delle disuguaglianze globali, esattamente come lo sono stati petrolio, dati e brevetti farmaceutici.
E qui Dubai fa una scommessa che la distingue da Silicon Valley, dalla Cina, dall’Europa: costruire una piattaforma nazionale che renda l’intelligenza artificiale uno strumento diffuso, regolamentato, comprensibile. Non per filantropia—gli Emirati non sono mai stati filantropici—ma per una ragione strategica cristallina. Chi controlla l’infrastruttura AI del futuro controlla il futuro stesso. E se devi costruire una nazione che non dipende più dal petrolio, meglio essere tu a posare le fondamenta digitali invece di affittarle da Amazon, Google o Microsoft.
OpenAI incontra G42, ovvero come si costruisce una nazione digitale
«The best way to avoid an AI divide is to make it cheap, available everywhere, and teach people how to use it». Quando Sam Altman pronuncia questa frase dal palco di GITEX Global 2025—collegato via video da San Francisco mentre Peng Xiao, CEO di G42, è fisicamente presente a Dubai—non sta facendo retorica motivazionale. Sta sintetizzando la scommessa strategica più audace che gli Emirati Arabi Uniti stiano facendo in questo momento: trasformare l’intelligenza artificiale da privilegio commerciale a diritto infrastrutturale.
La partnership tra OpenAI e G42 non è una normale joint venture tecnologica. Lo stiamo capendo. Non è nemmeno un accordo commerciale standard dove un colosso americano vende licenze a un cliente mediorientale. Stiamo capendo anche questo. È qualcosa di più ambizioso e, francamente, più interessante: il tentativo di costruire un’infrastruttura AI sovrana senza rinunciare all’accesso alle tecnologie più avanzate del pianeta. Un equilibrio delicato tra indipendenza strategica e pragmatismo tecnologico.

OpenAI porta sul tavolo quello che nessun altro può offrire con la stessa credibilità: i modelli GPT, l’esperienza nella costruzione di sistemi di AI generativa su scala industriale, la capacità di addestrare large language models che funzionano realmente. G42, dal canto suo, non è un semplice distributore locale. È un gruppo tecnologico emiratino con ambizioni regionali, specializzato in cloud computing, cybersecurity, healthcare AI, smart city infrastructure. Ha data center propri, talenti locali formati in università americane e britanniche, capitale per investimenti a lungo termine, e soprattutto una cosa che OpenAI non può replicare: accesso diretto ai governi della regione.
L’idea centrale è questa: costruire un ecosistema AI regionale – inizialmente negli Emirati, poi potenzialmente esteso al Golfo e al Medio Oriente – dove i modelli di intelligenza artificiale girano su infrastrutture locali, sono addestrati anche su dati e linguaggi della regione (arabo incluso, con tutte le sue varianti dialettali), rispettano normative locali sulla privacy e sulla sicurezza, e soprattutto non dipendono da server californiani che potrebbero essere spenti o sanzionati per decisioni geopolitiche prese a Washington. È sovranità digitale applicata all’AI.
Concretamente, questo significa diverse cose. Primo: data center locali che ospitano i modelli AI, riducendo latenza e dipendenza da infrastrutture estere. Se vuoi che gli ospedali emiratini usino AI per diagnostica medica, non puoi permetterti che i dati dei pazienti attraversino l’Atlantico per essere processati su server AWS in Virginia. Secondo: training di modelli su dataset regionali, che includano non solo documenti in arabo ma anche contesti culturali, norme giuridiche, specificità locali che i modelli generici addestrati su internet anglofono non catturano. Terzo: programmi di formazione massiva per creare una generazione di professionisti locali capaci di sviluppare, gestire e regolamentare sistemi AI—non solo consumarli.
Durante GITEX, G42 ha presentato alcuni progetti pilota che danno sostanza alla visione. Un sistema di AI per la sanità pubblica che analizza dati anonimi di pazienti per identificare pattern epidemiologici—utile non solo per pandemie future ma anche per malattie croniche diffuse nella regione come diabete e patologie cardiovascolari. Un assistente AI per l’istruzione che parla arabo fluente e aiuta studenti delle scuole pubbliche con tutoraggio personalizzato, adattandosi al livello di ciascuno. Un sistema di cybersecurity basato su AI che protegge infrastrutture critiche (aeroporti, porti, reti elettriche) da attacchi sempre più sofisticati. Progetti che hanno un tratto comune: non sono prodotti da vendere al miglior offerente, ma servizi pubblici progettati per essere accessibili a cittadini, imprese e istituzioni.
Qui emerge il contrasto più netto con il modello Silicon Valley. Quando Google, Microsoft o Meta sviluppano AI, l’obiettivo finale è monetizzazione: vendere accessi API a sviluppatori, integrare l’AI in prodotti premium, raccogliere dati per migliorare algoritmi che poi vendono pubblicità più efficace. Il modello è estrattivo: l’utente è materia prima, il dato è petrolio, l’algoritmo è raffineria. Il modello emiratino, almeno nelle intenzioni dichiarate, è distributivo: l’AI è infrastruttura pubblica finanziata dallo stato (o da investitori con mandato pubblico), accessibile a costi calmierati o gratuiti per usi socialmente rilevanti, regolamentata per proteggere cittadini invece che monetizzarli.
Ovviamente c’è un elefante nella stanza: quanto è sostenibile economicamente un modello dove l’AI è bene pubblico? Addestrare e mantenere modelli AI costa cifre stratosferiche—OpenAI ha bruciato miliardi di dollari per arrivare a GPT-4, e i costi computazionali crescono esponenzialmente. Gli Emirati hanno il capitale per sostenere questi investimenti grazie a decenni di surplus petroliferi intelligentemente investiti, ma anche loro devono fare i conti con la realtà: l’AI non è sostenibile economicamente senza un modello di business che generi ricavi. La scommessa emiratina è che i benefici indiretti—crescita economica, attrazione di talenti e investimenti, posizionamento come hub tecnologico regionale—giustifichino i costi diretti. È la stessa logica con cui si costruiscono autostrade o aeroporti: perdono soldi direttamente, ma generano valore sistemico.
C’è poi una dimensione geopolitica impossibile da ignorare. Gli Emirati si stanno posizionando come ponte tra Occidente e resto del mondo nell’era AI. Abbastanza vicini agli Stati Uniti da avere accesso alle tecnologie americane, abbastanza autonomi da non essere percepiti come semplice succursale. Abbastanza pragmatici da lavorare con chiunque – OpenAI oggi, ma domani potrebbero essere startup cinesi, francesi, israeliane – purché questo serva l’interesse nazionale di costruire capacità proprie. È soft power tecnologico: posizionarsi come hub inevitabile per chiunque voglia operare nell’AI in Medio Oriente, Nord Africa, Asia centrale.
Ma la parte più affascinante della partnership OpenAI-G42 non è la tecnologia. È il tentativo di riscrivere il contratto sociale nell’era dell’intelligenza artificiale. Quando l’AI diventa infrastruttura civile, chi decide come viene usata? Chi garantisce che non discrimini? Chi protegge la privacy? Chi stabilisce i limiti etici? Nel modello Silicon Valley, queste decisioni sono prese da aziende private guidate da logiche di profitto e shareholders. Nel modello cinese, sono prese dallo stato con scarsa trasparenza e zero contrappesi democratici. Il modello emiratino cerca una terza via: governance pubblica dell’AI con standard internazionali, ma adattati a contesto culturale e giuridico locale. È troppo presto per dire se funzionerà. Gli Emirati non sono una democrazia – le decisioni vengono prese dall’alto, la società civile ha spazi limitati, la trasparenza non è il valore primario. Ma stanno tentando qualcosa che le democrazie occidentali, paradossalmente, faticano a fare: pensare all’AI come problema di politica pubblica invece che solo come opportunità commerciale. Mentre in Europa si discute di regolamentare l’AI (giustamente, ma con tempi legislativi biblici), e in America si lascia che il mercato decida, Dubai sta costruendo l’infrastruttura e definendo le regole contemporaneamente.
La domanda vera non è se Dubai riuscirà a diventare “ai-native”. È se il resto del mondo vorrà copiare il modello o resisterà. Perché se tra cinque anni gli Emirati avranno un ecosistema AI funzionante, accessibile, regolamentato, mentre Europa e America continuano a dibattere su chi debba fare cosa, il laboratorio diventerà standard di fatto. E a quel punto scopriremo che la vera competizione non era tra algoritmi, ma tra visioni di società.



