C’è una sottile diplomazia industriale che muove i passi di chi, per decenni, ha rappresentato l’immagine stessa dell’Italia nel mondo. Luca Cordero di Montezemolo non è solo l’uomo che ha salvato e rilanciato il mito del Cavallino Rampante o che ha guidato Confindustria tra il 2004 e il 2008; è, a tutti gli effetti, un ambasciatore globale del “Made in Italy”. Oggi, mentre si appresta a tornare negli Emirati Arabi Uniti, viene sempre più raccontato come un ponte fondamentale tra l’eccellenza europea e il dinamismo del Golfo. Ma cosa spinge un leader di tale caratura a indicare nella capitale del deserto un modello universale di riferimento?
Montezemolo vuole tornare ad Abu Dhabi. Questione di ore
Mentre migliaia di italiani cercavano un volo per tornare a casa, Luca Cordero di Montezemolo contava le ore per partire nella direzione opposta. “Non vedo l’ora di volare ad Abu Dhabi”, ha dichiarato a Il Messaggero. “Un modello di pace, sviluppo e sicurezza, ora ingiustamente sotto attacco. Questione di ore. È la mia seconda casa.”
Chi conosce Montezemolo sa che non fa dichiarazioni per fare notizia. Ha rilanciato la Ferrari quando era una marca in declino. Ha guidato Confindustria per quattro anni nei più complessi della storia industriale italiana. Ha fondato Italo e venduto la sua quota per 250 milioni di euro. Oggi siede nel consiglio di McLaren Automotive, collegato al fondo emiratino CYVN, ed è cittadino onorario degli Emirati. Ogni parola che sceglie ha un peso preciso.
Indice dei contenuti
- Chi è Montezemolo negli Emirati
- Cosa significa “tornare adesso”
- Il modello emiratino visto da chi lo conosce dall’interno
- Cosa dice questo agli italiani che stanno valutando gli Emirati
Chi è Montezemolo negli Emirati
Il legame tra Montezemolo e Abu Dhabi non nasce con questa crisi. Risale a oltre un decennio fa, quando contribuì a sviluppare il concept di Ferrari World su Yas Island, il parco tematico che oggi attira milioni di visitatori. Da allora il suo ruolo nella regione si è consolidato attraverso il fondo CYVN, azionista di McLaren, e una rete di relazioni istituzionali con la leadership emiratina che va ben oltre i rapporti commerciali ordinari.
Essere “cittadino degli Emirati”, come si è definito nell’intervista, non è un titolo onorifico generico. È il risultato di anni di presenza concreta, di investimenti reali, di una reputazione costruita su risultati verificabili. Gli Emirati non concedono questo riconoscimento per cortesia diplomatica.
La scelta del momento non è casuale. Tornare ad Abu Dhabi mentre i telegiornali mostrano ancora i cieli del Golfo con le scie delle intercettazioni comunica qualcosa di preciso al mercato internazionale: la sua lettura del posto è quella di chi vede un paese che ha retto sotto pressione e che uscirà da questa fase con la struttura intatta. Montezemolo ha passato quarant’anni a leggere i mercati, a capire quando un asset è sottovalutato, quando la pressione esterna distorce la percezione del valore reale. Questo ritorno, annunciato pubblicamente e con una data precisa, va letto con quella lente.
Il modello emiratino visto da chi lo conosce dall’interno
Montezemolo usa tre parole per descrivere gli Emirati: pace, sviluppo, sicurezza. Sono le stesse parole che qualsiasi brochure di investimento userebbe, ma nel suo caso hanno un contenuto diverso perché vengono da chi ha operato dall’interno del sistema.
La pace non è solo assenza di conflitti interni, che gli Emirati non hanno mai avuto. È la capacità di mantenere canali diplomatici aperti con interlocutori molto diversi tra loro, una neutralità attiva che il 1 marzo ha subito la sua prima vera incrinatura. Lo sviluppo non è solo PIL in crescita: è la trasformazione di un emirato petrolifero in un hub globale per finanza, turismo, logistica e tecnologia in meno di trent’anni, un processo che non ha precedenti nella storia economica contemporanea. La sicurezza, infine, è quella che il sistema di difesa emiratino ha dimostrato concretamente, intercettando oltre 1.300 vettori ostili nelle ultime due settimane.
Chi investe negli Emirati da anni lo sapeva già. Chi li guardava dall’esterno lo ha scoperto il 1 marzo.
Cosa dice questo agli italiani che stanno valutando gli Emirati
La voce di Montezemolo forse non risolve tutti i dubbi di chi sta valutando un trasferimento o un investimento negli Emirati. D’altronde non è questo il suo ruolo e non è questo l’effetto che produce. Quello che produce è più sottile: sposta il livello del confronto.
Il dibattito pubblico italiano sugli Emirati post-crisi si è polarizzato in fretta. Da un lato chi dice che Dubai è finita, che il rischio geopolitico ha cambiato tutto, che bisogna guardare altrove. Dall’altro chi minimizza tutto, chi dice che non è cambiato niente, che i media italiani esagerano. Montezemolo non sta in nessuno dei due campi. Riconosce l’attacco come ingiusto, riconosce che c’è un prezzo da pagare, e sceglie di tornare comunque. È la posizione più informata che si possa trovare nel panorama italiano, e vale la pena ascoltarla con attenzione.








