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Influencer academy a Dubai: visibilità a sistema

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Influencer academy a Dubai vuol dire una cosa concreta: la visibilità entra in catena di montaggio. Formazione, produzione, accesso a location, standard di lavoro, output misurabili. Dentro ci sta la logica di D33, con un obiettivo chiaro: trasformare contenuti e creator in infrastruttura economica, utile anche alle aziende che cercano crescita fuori dall’Italia. QuiDubai lo racconta senza zucchero: opportunità reali per chi sa lavorare, rischi certi per chi improvvisa. Nella prima parte entriamo nel perché Dubai tratta l’attenzione come un settore industriale, con regole e interessi che pesano più dei follower.


L’attenzione oggi è un mestiere

A Dubai la visibilità è considerata una risorsa preziosa. La si estrae, la si raffina e la si distribuisce con cura. L’idea dell’Influencer Academy è nata proprio qui, all’interno di una visione che ha già compreso una verità fondamentale: l’attenzione genera valore economico solo quando è organizzata in modo efficace. Senza una struttura ben definita, l’attenzione si riduce a semplice rumore, un traffico casuale che non produce risultati significativi e si esaurisce rapidamente.

L’annuncio dell’academy deve essere considerato all’interno del piano D33, che è la strategia di Dubai per raddoppiare il proprio Prodotto Interno Lordo entro il 2033. In questo piano, l’economia dei creatori, i media digitali e la produzione di contenuti non sono un settore secondario, ma rappresentano una leva importante per lo sviluppo dell’economia. Allo stesso modo, settori come la logistica, il settore finanziario tecnologico e il turismo sono fondamentali per l’economia di Dubai. La differenza tra questi settori non sta nella loro importanza, ma nel linguaggio utilizzato per descriverli. L’economia dei creatori, i media digitali e la produzione di contenuti svolgono quindi un ruolo chiave nello sviluppo economico di Dubai, proprio come gli altri settori menzionati.

La formazione è una parte fondamentale del processo. Inoltre, lo stipendio è un aspetto importante da considerare. L’accesso a location iconiche e non iconiche è regolato in modo da garantire un’esperienza completa. Il supporto tecnico e legale è sempre disponibile per aiutare a superare eventuali difficoltà. La buona notizia, quella che rende l’iniziativa convincente fin da subito: l’academy non fa promesse di fama o successo immediato. Invece, si concentra su qualcosa di più concreto e utile per il sistema: creare profili professionali in grado di produrre contenuti di alta qualità che siano allineati con gli obiettivi del territorio. Il goal è quello di raccontare Dubai in modo coerente, ripetibile e scalabile. In questo modo, la città non si affida più all’estro individuale, ma costruisce una filiera solida e organizzata.

Qui emerge un punto che interessa anche le aziende. La visibilità prodotta in questo modo diventa molto più affidabile. Riduce il rischio di danni alla reputazione, aumenta la prevedibilità dei risultati e semplifica l’incontro tra il brand e il creatore. Per un’impresa che investe in marketing territoriale o che vuole posizionarsi nel Golfo, questo significa poter lavorare su asset meno volatili. Ciò significa meno storytelling improvvisato e più output controllato, il che è molto importante per le aziende.

La decisione di pagare i partecipanti e di dare loro accesso diretto a posti e situazioni che di solito sono riservati è un altro punto importante. Dubai considera il tempo dedicato alla creatività come un vero e proprio lavoro. Non lo vede come un semplice hobby, come spesso succede da altre parti in cui se dici “faccio l’influencer” ti guardano inclinando la testa leggermente da una parte chiedendosi se sei serio, pirla, o cosa. A Dubai questo è considerato un’impegno serio e il messaggio che passa è molto chiaro: le persone che creano qualcosa di interessante e utile per la comunità diventano parte di essa. Chi invece non riesce a farlo, continua a lavorare in proprio, con tutti i rischi e le incertezze che questo comporta. Dubai riconosce il valore del tempo creativo e lo ricompensa di conseguenza, facendo capire che chi produce qualcosa di valido e utile per gli altri merita di essere parte del sistema.

Questo modello seleziona i contenuti in base a determinati criteri. Non tutti gli utenti possono o vogliono adattarsi agli standard e alle linee guida stabilite, così come ai requisiti di brand safety. Ed è esattamente questo il punto centrale della questione. L’academy nasce con l’obiettivo di ridurre l’asimmetria tra le persone che creano i contenuti e quelle che li utilizzano per scopi economici e istituzionali.

L’idea è quella di avere meno improvvisazione e più allineamento tra le parti coinvolte. QuiDubai osserva questo passaggio per quello che è: un ulteriore tassello di una città che non subisce la narrazione, la progetta. L’attenzione viene trattata come capitale. E come ogni capitale, richiede governance, regole, investimento iniziale.

Regole, numeri e attriti della creator economy a Dubai

La creator economy negli Emirati Arabi è un settore molto importante. Secondo alcune stime fatte dal Dubai Media Council e dal Ministero dell’Economia, i media digitali e la produzione di contenuti contribuiscono già con oltre 3 miliardi di dollari all’anno all’economia locale. Questo settore sta crescendo molto velocemente, con una crescita media del 20% ogni anno dal 2021. All’interno di questo settore ci sono molti soggetti coinvolti, come creator di contenuti, agenzie, piattaforme, produzioni, gestione dei diritti, eventi, pubblicità e contenuti sponsorizzati. L’Influencer Academy è stata creata per organizzare meglio questo settore, che esiste già e che oggi genera numeri molto significativi.

Un dato molto interessante emerge dalle statistiche. Una ricerca condotta da Statista rivela che gli Emirati Arabi Uniti hanno uno dei più alti tassi di interazione sui social media per persona al mondo. Ci sono oltre 9,8 milioni di utenti attivi sui social media, considerando che la popolazione totale è di poco più di 10 milioni. Ciò significa che quasi tutta la popolazione è connessa ai social media. Questo fatto rende la visibilità apparentemente molto facile da raggiungere, ma in realtà è molto difficile ottenere una visibilità di qualità. A Dubai, fare contenuti fa parte della normale routine quotidiana, ma anche se è così consueto, non è affatto facile. Ci sono delle regole precise a Dubai che gli influencer devono seguire. Dal 2018, gli influencer che lavorano con aziende o istituzioni devono registrarsi presso il National Media Council e avere licenze speciali per poter operare. Spesso, devono anche lavorare con agenzie che hanno ottenuto l’accredito.

La pubblicità, il product placement e il contenuto a marchio devono essere sempre dichiarati in modo chiaro. Se non si rispettano queste regole, si possono ricevere sanzioni economiche, sospensioni o addirittura la revoca delle autorizzazioni. Tutto questo significa che a Dubai non è possibile fare quello che si vuole quando si crea contenuto. Ci sono delle linee guida da seguire e delle conseguenze se non le si rispettano. Ok, il sistema degli Emirati può sembrare un po’ rigido a chi viene dall’Europa, ma in realtà ha un effetto molto chiaro: riduce il rischio di asimmetria per le aziende. I brand sanno esattamente con chi stanno lavorando, quali sono le regole del gioco e quali sono le loro responsabilità. Secondo i dati di mercato diffusi da Influencer Marketing Hub, le aziende che operano negli Emirati hanno un tasso di continuità nelle collaborazioni che è superiore del 35% rispetto alla media europea. Ciò significa che si concentra meno su campagne pubblicitarie spot e più su relazioni stabili e durature.

Per i creator, la situazione è un po’ più complicata. Per poter accedere a luoghi molto conosciuti, eventi importanti e collaborazioni con aziende, devi seguire canali ufficiali. L’academy si inserisce in questo contesto come un filtro che aiuta a capire cosa è importante fare e cosa è superfluo o addirittura sbagliato. Offre una formazione su argomenti come la conformità alle regole, il diritto d’autore, l’uso dell’immagine, i contratti e le responsabilità legali. Sono cose che spesso vengono trascurate da chi lavora in mercati meno organizzati.

Per le aziende, il messaggio è chiaro. Dubai sta creando un ambiente in cui la visibilità non dipende più dalle intuizioni di una persona, ma fa parte di una strategia di marketing che riguarda tutto il territorio e l’industria. Questo significa che le aziende devono spendere più soldi per entrare nel mercato, essere più professionali e ridurre le decisioni improvvisate. La visibilità di Dubai è diventata una questione di strategia, non di caso o fortuna. Le aziende devono essere più serie e preparate per avere successo in questo nuovo ecosistema. Dubai sta alzando gli standard e le aziende devono seguire. La professionalità e la pianificazione sono diventate fondamentali per il successo.

Il punto chiave è che tutto questo produce una visibilità meno emotiva, più funzionale. Meno picchi virali casuali, più continuità. È un modello che premia chi ragiona in termini di posizionamento e penalizza chi cerca scorciatoie.

Una questione di modello

A questo punto la questione non riguarda più gli influencer. Riguarda il modello. Dubai considera la visibilità come una parte fondamentale della sua infrastruttura economica. Lo abbiamo detto: ci sono regole precise, filiere ben definite, una selezione accurata all’ingresso e ritorni misurabili. Chi decide di entrare nel mercato sa esattamente cosa può aspettarsi di comprare. Chi produce sa quali rischi corre. E chi governa sa cosa deve difendere. È una scelta molto chiara e coerente con il piano D33 e con l’idea di città come piattaforma. Un creator europeo dovrebbe chiedersi a questo punto: vale di più la libertà totale o l’accesso a un sistema che paga, protegge e chiede disciplina?

Per un’azienda italiana il dubbio è ancora più concreto: conviene affidarsi a visibilità un tanto al chilo o investire in contesti dove brand safety, compliance e continuità sono parte del pacchetto?

C’è poi un livello ulteriore, più profondo. Quando una città forma creator, regola contenuti, apre location e collega tutto a una strategia industriale, sta facendo qualcosa molto al passo coi tempi, anzi, anticipandoli addirittura, ridefinendo il confine tra comunicazione, lavoro e potere simbolico. Ancora una volta l’emirato si presenta come un luogo pregno di opportunità che possono essere colte solamente evitando di improvvisare. Una città a improvvisazione zero!

Nel prossimo articolo connesso a questo, il secondo della serie potremmo dire, entriamo proprio qui dentro. Nel punto in cui la creator economy diventa una nuova grammatica del marketing territoriale e come avviene questa trasformazione. I vantaggi evidenti. le regole del gioco che, se si è pronti ad accettare, aprono a un livello del tutto nuovo di fare questo mestiere. La Serie A dei creator.

Paul Fasciano

Direttore editoriale di QuiDubai.com, Paul k. Fasciano è un mental coach prestato al mondo della comunicazione. E' anche business coach, consulente e autore.

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