Perché a Dubai il tempo vale più del denaro lo capisci in modo molto concreto: una pratica che in Italia avrebbe richiesto telefonate, rinvii e un pomeriggio dissolto qui spesso si chiude prima che il caffè si raffreddi. È la somma di micro-esperienze quotidiane, quelle che non finiscono nelle foto del Burj Khalifa, a spiegare perché tanti professionisti descrivano Dubai come una città “più grande dentro”, con giornate che sembrano avere più spazio. In Italia, il tempo perso resta spesso un costo fantasma. A Dubai tende a diventare un indicatore, quasi un parametro di performance collettiva. E qui il confronto diventa interessante, perché sposta la domanda oltre il denaro: quanto vale un sistema che, settimana dopo settimana, restituisce ore di vita utilizzabile?
La verità nascosta: perché a Dubai il tempo vale più del denaro
Il confronto tra Italia e Dubai sul valore del tempo inizia da una parola poco glamour: attrito. Attrito amministrativo, attrito organizzativo, attrito mentale. In Italia, una parte consistente della vita adulta si consuma in micro-attese che raramente fanno notizia: una pratica “in lavorazione”, un ufficio che richiede un passaggio ulteriore, un intermediario che diventa necessario solo perché il sistema è costruito a strati. Il risultato è una tassa invisibile: ore sottratte al lavoro produttivo, alla famiglia, alla salute, perfino al riposo. Dubai ha scelto un’impostazione diversa: il tempo viene trattato come una risorsa da proteggere, perché il tempo perso ha un costo immediato per chi lavora e, di riflesso, per l’economia. Un indizio sta nella strategia di digitalizzazione del governo di Dubai, che da anni spinge verso servizi “paperless” e accessi unificati. L’obiettivo dichiarato è ridurre la dipendenza da carta, visite fisiche e passaggi ripetuti tra uffici.
Questa impostazione si nota soprattutto nelle operazioni che, per un professionista, segnano il confine tra progettare e fare: avviare un’attività, ottenere permessi, gestire rinnovi, aprire conti, pagare, registrare, chiudere. Su molti di questi fronti, il benchmark internazionale più citato negli anni è stato il report World Bank Doing Business, che (prima della sospensione) misurava anche tempi e procedure per aprire un’impresa. Negli ultimi cicli disponibili, gli Emirati risultavano molto più rapidi e lineari rispetto all’Italia su diversi passaggi chiave legati all’operatività d’impresa.
Qui emerge un punto centrale: quando il tempo viene compresso, cambia anche la psicologia delle decisioni. In Italia, spesso, la scelta più razionale è rinviare: i tempi incerti diventano un incentivo alla prudenza. A Dubai, l’accesso più rapido ai servizi produce l’effetto opposto: si pianifica con maggiore prevedibilità, si prendono decisioni prima, si sbaglia prima e si corregge prima. È un sistema che accelera la curva di apprendimento.
Questa differenza si riflette anche nel lavoro quotidiano. Molti italiani che arrivano a Dubai raccontano che la giornata è intensa, ma meno dispersiva. L’agenda sembra più “pulita”: meno tempi morti tra un passaggio e l’altro. Non è un dettaglio; è il modo in cui un ecosistema misura la professionalità. L’efficienza non è solo una virtù personale, è una proprietà del contesto. E qui entra la domanda che apre davvero l’approfondimento: quanto tempo “sprecato” produce un sistema lento, in un anno di vita adulta? Per rispondere serve passare dai racconti ai numeri: burocrazia, digitalizzazione, tempi medi, produttività, qualità percepita dei servizi.
Il confronto: dove il tempo evapora
Il tempo perso somiglia all’acqua: lo noti quando manca. Poi scopri che, messo in fila, pesa più di molte voci di bilancio. Primo indicatore, banale e crudele: gli spostamenti. Nel 2024, secondo il TomTom Traffic Index, a Roma servono in media 29 minuti e 59 secondi per percorrere 10 km; a Dubai 18 minuti e 3 secondi. Nel conto annuale delle ore extra in traffico nelle fasce di punta, Roma arriva a 103 ore, Dubai a 46 ore. Tradotto in lingua manageriale: in una città ti “rientrano” quasi sette giornate lavorative l’anno solo sulla parte commute/rush hour. Non basta per spiegare tutto, però inizia a spostare l’ago.
Secondo indicatore: l’avvio operativo. L’ultima edizione del Doing Business (poi interrotto) stimava che nell’area “Starting a business” l’Italia richiedesse 11 giorni e 6 procedure; negli Emirati circa 4 giorni e 2–3 procedure. Il punto è l’effetto cumulativo: quando il set-up si accorcia, cambiano le scelte che un professionista si concede. Soprattutto dopo i quarant’anni, quando le energie non si sprecano più “per sport”.
Terzo indicatore: servizi pubblici digitali e interoperabilità. Nel Digital Decade country report dell’UE, nel 2023 l’Italia risulta sotto la media europea per digital public services for citizens (68,3 contro 79,4) e per imprese (76,3 contro 85,4). Il dato che racconta meglio la frizione è la componente cross-border: per i cittadini l’Italia segna 47 contro una media UE di circa 68; per le imprese 58 contro circa 73.
Sono numeri tecnici, con una ricaduta molto concreta: più passaggi, più duplicazioni, più “rimbalzi” tra canali.
Sul versante Emirati, un termometro globale è l’UN E-Government Development Index: gli Emirati figurano tra i primi Paesi (rank 11, score 0,9533), mentre l’Italia è più indietro (rank 51, score 0,8664).
Qui Dubai guadagna tempo anche quando la pratica non è “spettacolare”: richiesta, pagamento, conferma, esito. Passaggi chiari, tempi attesi più prevedibili. La morale: Dubai è costruita per ridurre l’attrito decisionale. Questo si vede nei processi che garantiscono più standard, meno eccezioni, più responsabilità distribuita sui nodi operativi. La conseguenza è psicologica prima che amministrativa ed è per questo che qui il professionista si ritrova a lavorare in un ambiente che restituisce feedback rapidi. I feedback rapidi rendono più facile correggere rotta, prima di consumare mesi a girare come trottole mentre la frustrazione si accumula.
Uno strumento “Dubai style” applicabile ovunque
Se il contesto ti restituisce ore di valore per ottimizzare il tuo lavoro, ma anche gli spazi dedicati a te, sport, salute fisica, crescita personale, formazione, la vera competenza diventa usarle bene. A questo punto ti propongo un metodo semplice, basato su un principio solido della psicologia dell’azione: trasformare intenzioni generiche in piani operativi (“se accade X, allora faccio Y”), le cosiddette implementation intentions. Una sintesi pratica, pensata per restare leggera anche nelle settimane ad alta pressione:
Protocollo 3×20
- 20 minuti di pianificazione completamente focalizzata (zero smarthphone o social, solo carta e penna, una bevanda calda e inizia la giornata) da stilare così: tre risultati misurabili, scritti in forma di esito, con una scadenza.
- 20 minuti di “pre-commitment”: per ciascun risultato, una frase “se-allora” che anticipa l’ostacolo tipico (call che slitta, email che si accumula, richiesta urgente) e decide già la risposta.
- 20 minuti di chiusura (fine giornata): un check rapido su cosa ha creato attrito e su quale passaggio va reso più breve domani.

Il vantaggio è doppio: aumenta la produttività e riduce lo stress da indecisione, perché molte micro-scelte vengono prese prima, quando la testa è più lucida. È un modo efficace per diventare la persona più produttiva al tavolo senza pagare il prezzo della tensione costante. Resta un passaggio decisivo, e spesso ignorato: come misurare il proprio “costo di attrito” settimanale (quante ore si perdono per attese, follow-up, rifacimenti) e come convertirlo in un vantaggio competitivo, anche fuori da Dubai.
L’antifragilità e la disciplina del tempo
Il punto più interessante, alla fine, non riguarda Dubai. Riguarda il mondo visto dall’Italia. E riguarda un’idea che torna utile anche a chi non si muove di un centimetroventare più produttivo, rendendo il proprio ambiente un sistema che funziona. Per farlo deve assumere il tempo come indicatore di qualità del sistema. Dubai è una cartina tornasole con il suo esempio di efficacia perché rende evidente qualcosa che in Italia resta spesso sommerso: il costo dell’attrito. Traffico, passaggi burocratici, ridondanze, intermediazioni. Presi singolarmente, sembrano dettagli. Sommatisi, diventano un tetto invisibile sulla produttività e sulla serenità. Parola di coach. Il confronto internazionale a mio parere serve a questo: non a celebrare un modello e demolirne un altro, ma a rendere misurabile ciò che di solito viene accettato come “normalità”.

Qui entra il concetto di antifragilità: l’idea, resa popolare da Nassim Nicholas Taleb, che alcuni sistemi migliorino grazie allo stress e al disordine. Dubai, in questo senso, ha un tratto antifragile: trasforma la pressione in selezione. Il contesto ti costringe a semplificare, a togliere frizione, a fare scelte più nette. Il risultato è che molte persone scoprono una forma di crescita adulta: meno ore sprecate, più controllo, più lucidità.
Per chi vuole applicare questa logica ovunque, la leva è una sola: rendere visibile il proprio attrito.
Griglia 5 minuti: “conto attrito” settimanale
- Scrivi tre cose che ti hanno fatto perdere tempo (attese, email, follow-up, riunioni inutili).
- Accanto, stima i minuti bruciati (onesti).
- Segna la causa: sistema, persone, abitudini, mancanza di chiarezza.
- Scegli una sola correzione che riduca quei minuti del 30% già dalla settimana dopo.
- Ripeti per quattro settimane: se la correzione non riduce attrito, cambiala.
È una disciplina semplice, quasi banale. Produce un effetto potente perché aumenta l’attenzione alle proprie pratiche quotidiane, quindi l’autocoscienza, mentre riduce lo stress che nasce dalla dispersione. Chi riesce a lavorare “fitto” lavora spesso con più calma di chi lavora “tanto”.
Dubai, in ultima analisi, offre una lezione che in Italia si fatica a trasformare in politica e cultura: il tempo va progettato e questo è un lavoro a lungo termine. Non serve essere ossessionati dall’efficienza oggi; serve essere allergici alla frizione inutile in generale. Quando questa allergia diventa una routine, un po’ come andare a passeggiare dopo pranzo, succede una cosa interessante: aumenta la produttività e, insieme, diminuisce la sensazione di vivere rincorrendo. E qui resta aperto il vero nodo: se il tempo diventa finalmente misurabile, e quindi gestibile, quante delle nostre abitudini “migliorative” si potrebbero inserire in agenda moltiplicando le proprie risorse personali?
Se vuoi applicare il metodo Dubai style al tuo lavoro, copia e prova per 7 giorni il protocollo 3×20: mi scrivi su LinkedIn il risultato e lo analizziamo insieme



